Introduzione: Il paradosso della doppia chiave
Abbiamo tutti vissuto questo momento: dopo aver inserito la password su un sito, appare una finestra che richiede un codice inviato via SMS o una conferma tramite app. L'autenticazione a più fattori (MFA), o doppia autenticazione (2FA), è diventata lo standard assoluto della moderna cybersicurezza. Si basa su un principio semplice: anche se un hacker rubasse la vostra password, non potrebbe accedere al vostro account senza il secondo fattore (il vostro telefono, un'impronta digitale o una chiave fisica).
Tuttavia, questo meccanismo solleva un paradosso inquietante. Per proteggerci dal furto di dati, ci viene chiesto di collegare le nostre identità digitali a elementi fisici e personali estremamente precisi. In altre parole, per mettere in sicurezza un accesso, dobbiamo spesso fornire una prova irrefutabile della nostra identità reale.

La CNIL, nelle sue raccomandazioni sull'autenticazione a più fattori, insiste sulla necessità di rafforzare la protezione dei dati personali a fronte della recrudescenza degli attacchi informatici. Ma mentre gli hacker diventano più sofisticati, il confine tra "sicurezza" e "sorveglianza" si assottiglia. Se l'MFA è uno scudo efficace contro le intrusioni, non è anche uno strumento di tracciamento permanente che rende l'anonimato digitale quasi impossibile?


